LE TRADIZIONI

  

       

 

 

 

 

 

 

 

LU FAONE (II Falò)

 

 

Tra il sacro e il profano, la popolazione di Rivodutri capoluogo, il 24 marzo di ogni anno, vigilia della festa dell'Annunziata rinnovava il rito de «lu faone». Un enorme falò del diametro di quattro metri e di un'altezza di poco superiore a quella del diametro, sormontato da una rozza croce di legno, rischiarava le prime ombre della sera.

Il pomeriggio un folto gruppo di giovani, armati di arnesi da taglio si recavano nella vicina Costa della Madonna, una zona a monte e a lato della chiesa della Madonna della Valle, a tagliare legna secca e ginepri che venivano trascinati con corde lungo le vie del paese, fino alla Piazza della chiesa.

Essendo le strade non asfaltate, un enorme polverone si alzava al passaggio dei giovani trascinanti la legna. I rivodutrani non osavano lamentarsi o protestare, accettando il tutto con profonda devozione. Il Sacerdote, ricordo Don Filippo Faccio e ultimamente Don Loreto Ciccaglioni, dopo la funzione vespertina, seguito dai fedeli, usciva dalla chiesa... e si portava davanti al covone di legna, allestito precedentemente dai giovani, e lo benediceva.

Terminato il rito religioso, si dava fuoco al covone che ben presto si trasformava in un enorme falò, le cui lunghe lingue di fuoco sembravano lambire la cima del campanile, che sventolava le sue campane con rinnovato vigore. I rivodutrani, specialmente gli anziani, guardavano ora con attenzione ed apprensione la direzione del fumo da cui, secondo una tradizione che sa tanto di paganesimo, traevano gli auspici di un buono o cattivo raccolto. Il rito aveva una durata di circa un'ora, al termine del quale la popolazione presente si portava a casa, in segno di devozione, «un tizzone» (pezzo di legno non totalmente bruciato).

Il rito non si ripete più dal 1964, anno in cui furono bitumate le strade interne del capoluogo per la prima volta.

Nel pomeriggio tale Camiciotti Domenico (detto polverone) e Quercetti Angelo vendevano le «mosciarelle», castagne secche. Con un soldo davano trenta mosciarelle.

 

 

 

FORNO DEL PANE

Ammassa!!! Spiana!!!

Quando ancora le stelle brillavano come vivide fiammelle, la «fornara» lanciava nel silenzio della notte, il suo grido quotidiano di leopardiana memoria. Da lontano il latrato di un cane rispondeva a quel grido, mentre si accendeva il lume nelle case di chi era interessato alla cottura del pane nel forno comunale. Così per molti anni, quasi come un rito, si svolgeva l'attività, relativa alla cottura del pane a Rivodutri.

Il forno era situato nel locale che attualmente ospita la sala per le riunioni del Consiglio comunale, ed aveva una capacità di cottura di 60 kg. di pane alla volta (a cotta).

L'amministrazione comunale aveva concesso l'appalto del forno a due simpatiche donne: Nicolò Natalina e Bonifazi Emilia in Nicolò (cognate), alle quali bisognava rivolgersi per ottenere l'autorizzazione a «cuocere il pane»; in caso positivo si provvedeva a mettere il lievito. I turni di cottura, a seconda della bisogna, potevano essere due o tre,ciò obbligava le due «fornare» ad iniziare il loro lavoro verso le tre di notte.

Esse, distribuendosi il lavoro, provvedevano sia all'accensione del forno con la legna che i rispettivi mariti (Nicolo Ottavio e Micacchi Antonio) procuravano con animali da soma, che ad avvertire le «compaesane» perché ammassassero e spianassero. Infatti una delle due faceva il giro del paese, bussava alle varie porte dicendo «ammassa», dopo due ore ripeteva le stesse operazioni dicendo «spiana». Dopo un'ora passava nuovamente e portava al forno con la tavola propria il pane lievitato. Il tempo sufficiente per la cottura, il pane veniva sfornato e ritirato. Per il paese si diffondeva, allora, quel profumo di pane fresco, che sa tanto di cosa buona. Alle «fornare» rimaneva come compenso una «pagnotta» del peso di circa, un chilo e mezzo.

Il forno di che trattasi ha svolto la sua attività fino al 1945.

Dopo tale anno il pane è stato man mano recapitato quasi totalmente da Rieti. I forni privati sono quasi tutti scomparsi.