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dalla pubblicazione: "IL SANTUARIO FRANCESCANO DI RIVODUTRI" di Vincenzo Micheli 1926 Nella celebrazione centenaria del grande poverello d'Assisi, tutto il mondo civile, in santa emulazione col mondo Cristiano e Francescano, vuol intessere una nuova fulgida corona di gloria alla memoria di Lui che fu tutto serafico in ardore. Per cui anch'io attratto non solo dall'amore personale verso sì gran Santo, ma eziandio dal coro delle lodi che da un capo all' altro del mondo s'eleva dolcemente soave da mille petti e scende benefico in tutte le anime aperte ai sensi della più squisita gentilezza e della più sublime grandezza, sento il dovere di affidare alla stampa una memoria francescana, che sebbene non del tutto rispondente alla verità unicamente tradizionale, è però assai attendibile e che certo potrà, per lo meno, interessare gli amanti le ricerche gli studi francescani. Questa attendibile e interessante memoria francescana avrebbe avuta la sua origine dai giorni vissuti e dai prodigi compiuti da S. Francesco presso Rivodutri che si eleva a nord ovest della valle santa reatina. Infatti uscendo da Rieti per la porta Cintia, seguendo la via provinciale che conduce a Terni, dopo traversata per 14 chilometri la valle ubertosa ,ricca di fiumi e di laghi, lasciando alle spalle il santuario di Fontecolombo, a destra quelli della Foresta e di S. Giacomo in Poggio Bustone, a sinistra quello famoso di Greccio, abbandonando la strada provinciale e seguendo per breve tratto altra via carrozzabile, alle falde del colle di S. Marco si presenta allo sguardo un profondo bacino di acqua sorgiva limpida come il più terso cristallo, sgorgante su di una superficie di pochi metri quadrati circondati da un muro dal quale erompe maestosamente scintillante di spuma bianca il fiume " Santa Susanna ". Mi è piaciuto trattenere il lettore a rimirare alquanto questa magnifica oasi da cui scaturisce un' immensità di freschissima linfa che si spande sulla verde pianura coronando di fluido diamante lo smeraldo dei campi, perché la visione di essa procura un non trascurabile godimento allo spirito. Corri, corri pure onda perenne e salutare ad aprire al bacio della vita gli aridi semi nascosti nella valle! Io ti lascio commosso e proseguo la mèta del mio cammino! Ancor cinque minuti di strada da dove si gode lo sfondo della valle reatina, ed eccoci tosto sulla via che, costeggiante un torrente, s'inoltra tra una gola dei monti i quali ci tolgono il panorama veramente incantevole della pianura reatina. Continuando il cammino si sale dolcemente per circa un chilometro tra il profumo dei fiori silvestri e le maestose chiome di verdi pioppi posti in doppia fila lungo il torrente, finché una croce formata con due consunti assi di legno, piantata, sul margine destro della via, ci assicura che siamo nelle vicinanze di qualche paesello. Infatti su di un poggio a circa sessanta metri d'altezza dal livello della croce si vede un ammasso di casupole grigie dominate da una torre campanaria. È il campanile della Chiesa parrocchiale di Rivodutri. Dopo cinque minuti siamo in paese. Una buona via carrozzabile permette di andare con comodi veicoli sino alla Piazza della Fontana ove a nord-ovest della piazza, stessa sotto le grandi arcate di un discreto fabbricato, un rumore gradito e perenne ci assicura che l'acqua vi è continua ed abbondante. , Questo paesello nascosto fra le gole dell'Appennino Umbro Sabino ha nome: Rivodutri, forse perché i suoi fondatori circa tre o quattro secoli or sono, venuti da Butri sito nelle vicinanze di Cautalice si stabilirono in un promontorio fiancheggiato a levante dal rivo della Valle e a ponente dal rivo " Carbone ". A Rivodutri vi è una bella Chiesa parrocchiale dedicata a S. Michele Arcangelo, in stile barocco graziosamente decorata e custodita con ammirevole pulizia e direi quasi con sfarzosità di arredi sugli altari, tanto che a prima vista desta un senso di santa letizia e di straordinaria ammirazione. Di ciò va data sincera lode all'attuale Parroco Teologo D. Filippo Maria Faccio, uomo di profonda coltura religiosa, di non comune intelligenza e di singolare zelo nell'esercizio del suo ministero. Proprio in cima al paesello un'altra bianca chiesuola dedicata alla Madonna della Valle si eleva quasi vedetta a protezione dei Rivodutrani. A levante di questa chiesuola parte una via mulattiera che inerpicandosi e serpeggiando sui monti raggiunge dopo vari chilometri la via provinciale Terni - Leonessa. Su questa via a tre quarti d'ora da Rivodutri s'incontra il villaggio del Cepparo a più di 800 metri sul livello del mare da dove l'occhio gode uno spettacolo veramente meraviglioso e dove, in un bel mattino di sole, si assiste ad una di quelle scene meravigliose che invano le più celebri penne e i più artistici pennelli tentano di rappresentare all'immaginazione con la suggestione delle loro frasi e dei loro colori. Infatti colà la luce irradiante del cielo inondando profusamente la nostra sfera, mostra all’'occhio attonito dei mortali una superba indescrivibile bellezza di luci e di colori insieme al magico spettacolo della natura in fiore, che canta al Creatore l'inno eterno della sua poesia! La corona dei monti che limita quasi a circolo perfetto la " Valle santa " tutta lussureggiante di viti, di olivi, di prati e di boschi, con le sue case, di Greccio, Contigliano. Poggio Perugino, Fontecolombo, Rieti, Cantalice, Poggio Bustone, Rivodutri, indorate dal sole nascente quasi pietre preziose iridescenti tra i| verde, sembra il diadema regale con cui Dio ha voluto coronare la Valle regina ove il Serafico d'Assisi passò buona parte della sua vita nelle estasi profonde e nella contemplazione dei misteri del Cielo. Il fiume Santa Susanna che poc'anzi incontrammo si vede ora come scaturire quasi sotto i nostri piedi, serpeggiare tortuoso argenteo in direzione di Greccio, gettarsi sul lago di Ripasottile, uscirne infine per incontrarsi coll'azzurro Velino che da Rieti traversando la pianura corre a formare quel grandioso spettacolo,naturale conosciuto col nome di " Cascata delle Marmore " mentre più a sinistra e precisamente in direzione di Rieti un altro vasto specchio azzurro fa pompa di se stesso rivestendosi della luce del ciclo, chiuso a mezzogiorno da una ricca corona di verdi pioppi; è il lago Lungo più comunemente detto di : " Cantalice ". Lo .sguardo sempre avido stenta a ritrarsi da quel godimento e, pur proseguendo verso la montagna, di quando in quando si volge indietro a rimirare sì meraviglioso spettacolo ; tanta è la forza suggestiva del panorama reatino. Poco distante dal Cepparo verso nord-est, alcuni ruderi rivestiti di edera rammentano il luogo ove il castello di " Rocchetta " diede asilo ad una colonia le cui origini si perdono nell'oscurità della storia, come quelle di un'altra colonia stabilitasi sull'estrema vetta dello stesso monte le cui mura superstiti sono ricordate dai Rivodutrani col nome di " Cocoione ". Da questa cima declinando lievemente a nord dopo pochi minuti si raggiunge una valletta piana ove vicino alla strada sorge una casetta quasi diroccata, ma un tempo ricovero e asilo di pastori, conosciuta col nome di " Casetta dei Cerchiari ". Nella strada praticata sul vivo calcare, proprio innanzi a quella casetta, in una sopraelevazione pietrosa di circa venticinque centimetri si vede una specie di orma di piede umano incisa nel calcare stesso e ricoperta di una pietra rossiccia simile alla pietra focaia, tanto che pur essendo evidentemente naturale, sembra incastonata artificialmente come una gemma sul metallo. In quell'orma i buoni Rivodutrani vogliono vedere, giusta la tradizione, un'orma di S. Francesco e narrano come un giorno il Santo non avendo danaro per pagare il fabbro che aveva ferrato il suo giumento non si sa bene se a Rocchetta o a Cocoione, per tutta mercede non diede che ringraziamenti e benedizioni. Il fabbro, d'ideali più positivi, attese che il Santo uscisse dal paese e lo raggiunse nell'anzidetta località imponendogli il pagamento o la restituzione dei ferri. S. Francesco discese dal giumento e col primo piede che mise a terra impresse prodigiosamente sul calcare l'orma che abbiamo descritta, quindi ordinò al giumento di restituire i ferri al fabbro, e quello tosto obbedì. Il visitatore che da questo luogo volge la faccia ad occidente, spingendo lo sguardo verso la gola profonda di due monti che aprono la vista alle vallate del Nera e del Tevere, ha la sorpresa di ammirare giù per l'erta, a circa cinquanta metri, un grandióso albero di faggio, la cui cima ramificante ha ventun metro di circonferenza, il tronco ha sette metri di diametro e sei metri d'altezza. Esso è di forma ovale somigliante ad un colossale limone tagliato longitudinalmente in due e posato in terra per la parte piana. Contrariamente a tutti gli alberi della stessa specie i quali hanno i virgulti tendenti in alto, i rami di questo faggio tendono a terra come quelli del " salice piangente " dando a tutto l'insieme l'aspetto diuna capanna, donde il nome derivato al faggio di " Capanno di S. Francesco ". La ragione di tale denominazione è motivata dalla narrazione che più sopra abbiamo interrotta e che ora riprendiamo. Si vuole che nello stesso giorno e nello stesso luogo in cui avvenne l'episodio del fabbro sopravvenne la notte, ed il Santo non volendo proseguire il suo cammino, allontanatesi alquanto dalla strada in cerca di asilo, elesse a ricovero quel faggio. Da quella notte memoranda i rami del faggio conservarono sempre la loro posizione inclinata verso la terra e alla quale erano stati costretti dalla pressione del mantello del Santo da questi disteso sulle chiome dell' albero come a riparo dalle intemperie di quella notte. Quel luogo scosceso ed inadatto non fa certo pensare ad una notte di riposo ma bensì ad una notte passata dal Santo in devota vigilia ed è facile immaginare quale fervore di orazione, quali sospiri d'amore, quali accenti di fede sovrumana abbiano risuonato sotto quel tempio improvvisato, avendo voluto Dio stesso tramandare ai posteri la memoria tangibile di quella notte beata! Salve, o sublime ascensione dell'umanità nei cicli dello spirito! Io mi prostro innanzi a tanta grandezza ed ammiro umiliato e commosso l'apoteosi dell'anima nata nella colpa originale, cresciuta nella dovizia mondana, attratta da gloria cavalleresca e al primo raggio di grazia gettatasi spontaneamente nel crogiuolo dei rimorsi e delle penitenze. Ammiro e contemplo quell'anima fortunata trasformarsi in una fiamma purissima di celestiale amore, ascendere gagliardamente tutte le vie delle virtù per brillare infine nell'azzurro dei cieli: astro fulgente incastonato nel diadema di Dio! Io penso che i ramoscelli di quel faggio si piegarono in perpetuo abbandono quando in mezzo allo stormir delle fronde salivano vibranti di amore gli accenti infuocati del grande penitente; mentre oggi ancora, nella mistica atmosfera che circonda quel prodigioso albero, l'anima cristiana ode il sussurro dolcissimo dei divini colloqui, sente ancora il palpito di quel cuore che nella completa dedizione di se stesso, nell'ardore della più casta ebbrezza abbandona il suo mortale ritmo nell'istante supremo in cui si ricongiunge eternamente a Dio. E pensare che dinanzi a tanta poesia dello spirito vi è chi atteggia il labbro ad un sarcastico sorriso, come se i voli dell'anima non fossero che chimere; frutto di esaltata immaginazione, espressione sintomatica di deficiente costituzione psico-cerebrale. Così vi sarà chi passando innanzi a quel faggio non vedrà che botanica e non sentirà che indifferenza; ma io, educato alla scuola d'un gran Maestro, fo tesoro del suo bel monito ; « Non ti curar di lor, ma guarda e passa » e vedo in quelle espressioni, sia pur materiali, l'ombra opportuna e provvidenziale che concorre a rendere più viva e più splendente la luce che brilla sulla fronte rivolta al cielo. Vedo tenebre notturne che rendono più intenso il desiderio d ell'astro diurno e più luminoso e gradito il suo raggio. Vedo l'asfissia carbonica dell'oscurantismo che rende più ricercato e prezioso l'ossigeno della vera scienza che conduce alla vita. Vedo il veleno mortifero del settarismo politico distillato nel buio delle notti oscene, che fa scaturire più le fonti di acqua viva, per dissetare il popolo eletto durante la sua marcia verso l'infinito in faccia ai più tersi splendori di quella fede che ti da quei grandi che gettano le basi della scienza come un Galileo, un Newton ......; le basi della letteratura come un Dante, un Manzoni .....: che salvano il mondo come un Francesco, un Benedetto, un Domenico .....; che aprono all'uomo gli orizzonti più vasti del sapere come un Tommaso, un Bonaventura, un Girolamo, un Basilio, un Agostino, un Ambrogio; che portano fra i selvaggi la luce dell' immortalità come un Saverio, un Massaia, un Bosco; che non tingono di sangue le varie Senne del mondo, ma spandono sui popoli l'alito della pace e dell'amore; che non vendono la patria con l'onta del tradimento, del sabotaggio e della diserzione; ma volano primi sul campo dell'onore a cadere da eroi in nome di Dio e della patria ! Ritornando alla memoria francescana del faggio secolare sarà bene affermare che queste pagine sono scritte per i fedeli, i quali per apprezzarle non andranno certamente a cercare i testimoni « de visu » comprovanti il passaggio del Santo per i nostri sentieri o il notaio che abbia steso l'atto di presenza. Son certo che ad essi, come a noi, basta la tradizione; basta il racconto semplice e genuino dei nostri vecchi che hanno custodita la narrazione con scrupolosa integrità di dettagli sempre concordi, concordi in qualunque tempo, in qualunque luogo e su qualunque labbro. Essi ebbero in tanta venerazione quell'albero che si sono sempre guardati dal recargli il benché minimo danno, e citano molteplici episodi d'infelici contadini che, sprezzanti ogni idealità, per aver tentato di incidere qualche ramo di quel faggio, tutti indistintamente rimasero gravemente feriti dalla propria arma e ciò anche in epoca contemporanea. Tale autopunizione ha costituito l'autodifesa del faggio, che con le sue grandi proporzioni ci mostra chiaramente che realmente fu sempre rispettato, malgrado il vandalismo dei legnaiuoli che sul terreno circostante ha già fatto da tanti anni tabula rasa di ogni altro albero. I nostri villici passando di là costumavano e continuavano a scoprirsi ancora il capo in atto di saluto e mormorare una preghiera tanto dinanzi al « faggio » come dinanzi alla « Pedata di S. Francesco ».Di tanto in tanto tale località è meta di devoti pellegrinaggi e pochi anni or sono anche il non mai abbastanza compianto Mons. Francesco Sidoli Vescovo di Rieti volle accompagnarci in una visita restandone così bene impressionato che propose l'erezione sul luogo di una cappella in onore del Santo, offrendo egli stesso a tale scopo una cospicua somma. Gli avvenimenti narrati in ordine al « faggio » e alla « Pedata » non possono certo essere documentati al pari degli altri santuari ove il Poverello d'Assisi dovette per più ragioni costruire dei monasteri, come avvenne a Greccio per le pressioni del pio Vellita ponendovi così i custodi vigili delle sue orme e i testimoni viventi delle sue gesta; ma ciò non esclude che vi siano altri luoghi in cui Egli abbia lasciato sé, sebbene che in detti luoghi la memoria della sua vita vissutavi sia rimasta negletta per incuria degli uomini, come al dire dell' Evangelista, avvenne di molti prodigi operati da Gesù Cristo nei luoghi santificati dalla sua presenza. Io sono di opinione che la ragione dell'abbandono in cui è stato lasciato il Santuario francescano di Rivodutri sia da ricercarsi principalmente nella distanza di esso dall'attuale centro abitato e dal sentiero faticoso che ad esso conduce. Al principio del XIII secolo, quando Francesco spandeva per le nostre contrade l'odore della propria santità, i villaggi di Rocchetta e Cocoione erano in pieno fervore di vita e si trovavano a pochi passi dal Santuario; quindi i loro abitanti ebbero agio di profondere intorno al sacro albero tutte le loro attenzioni ed evidentemente proprio a quelle attenzioni dobbiamo il merito di averlo integralmente conservato e consegnato ai nuovi abitatori di Rivodutri insieme alla suesposta tradizione. I Rivodutrani, come lo attestano le inviolate condizioni fisiche del faggio posero anche loro intorno ad esso le cure della loro pietà e della loro devozione; ma con l'andare del tempo, data la relativa distanza e la difficoltà del sentiero, cessarono a poco a poco la pratica delle loro processioni sul luogo, ed il Santuario cadde facilmente nell'attuale stato di abbandono, malgrado la tenacia del popolo Rivodutrano alla tradizione dei suoi avi. In ogni modo, oltre che le grandi proporzioni dell' albero attesta la sua vita parecchie volte secolare, il fatto straordinario, e forse unico al mondo, di tutti i suoi rami pendenti verso terra in una strana posa di abbandono e pendenti sì da formare intorno a sé delle vere pareti di una capanna artificiale. Mentre i faggi in genere tendono tutti ad innalzarsi in forma snella ed alta imitando i castagni il nostro « Faggio » ha una forma goffa e schiacciata come un gran monte di fieno. Oltre a ciò si ha l'impressione che un ampio mantello invisibile sia lì a costringere i verdi ramoscelli a formare una specie di tettoia semisferoidale compatta e ben ordinata,tanto che non è possibile ritenerla un fatto naturale senza il concorso del prodigio, a provare il quale, se mancano ineccepibili documenti di archivio, abbiamo, come ripeto, la tradizione ininterrotta, fedele, scrupolosa e concorde dei nostri antenati. Dopo aver fatto del mio meglio per gettare diligentemente il granello di senape « alea iacta est » fo voti ardentissimi che tutti i buoni, specie gli studiosi, coltivino questo piccolo seme e lo rendano talmente fecondo da formare di esso un altro albero gigantesco i cui frutti servano ad alimentare sempre più la pietà dei fedeli e ad aumentare la grandezza di colui di cui la gloria più che in terra meglio in ciclo si canterebbe.
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I SANTUARI FRANCESCANI
Da ULISSE - Alitalia Marzo-Aprile 2005
Sul Cammino di Francesco A La Foresta
Le cose in presenza pura: anche salendo a Poggio Bustone, Sulla parte più nascosta del monte Rainero, sempre nella valle reatina,
si adagia il santuario di Fontecolombo |
From the little church of San Fabiano to the Fontecolombo Sanctuary: seventy miles along the Franciscan way in the Rieti area. Step by step. Treading in the footsteps of St Francis, in the places where he was inspired by nature, where he conceived the first Crib and thè Rule of his monks and wrote the most beautiful poem-prayer about the universe, the Canticle of the Creatures. The three prin-cipal Franciscan places are Assisi, La Verna and the Valle Santa in the province of Rieti. Step by step, in memory of a man who changed the course of history, of the Sun who suddenly lit up the face of the Earth thanks to his marriage with Lady Poverty, to borrow Dante's poetic image. The Rieti Tourist Board has done a great deal to spread in-formation about thè Franciscan Way, publishing maps of the paths and roads where visitors can travel on foot, by bicycle or by car (especially thè site www.camminodifrancesco.it), Eighty kilometres in thè midst of a rugged, extremely beautiful nature, practically intact and known to those who are familiar with thè spirìtuality and material-ity of the Franciscan philosophy. A tourist itinerary that can also becorne a pilgrimage, a cultural discovery, an in-depth study of nature. Step by step, to get to know more about St Francis. At La Foresta, a striking monastery overlooks a pristine landscape: the little church of San Fabiano is here, where tra-dition has it that, amidst streams and woods, Francis wrote the Canticle in Septem-ber 1225: "Altissimu onnipotente, bon Signore..." A work of genius, even for non-believers, a poetic and linguistic milestone for atheists too, an act of faith in God and thè world. Romano Guardini's comment on this linguistic and spiritual miracle is: "Everything is yes. Everything flowers, sparkles and lives. This is the great 1n-terlocking gaze" with God. From this "interlocking gaze" with God comes an attitude of open-ness towards ali things. The heart, free and trained, returns to thè world and the miracle of Franciscan brotherhood shows itself. It inspires his familiar attitude towards ali things. AH things are in a pure presence. They open up. He looks things in thè face, in thè heart: Brother Sun, Brother Fire, Sister Death." AH things in a pure presence -on your way up to Poggio Bustone, in thè Franciscan sanctu-ary where thè Saint's mission of peace began, you are pre-sented with a magnificent £ view of thè nature beloved by Francis. Step by step, we come to St Francis' Beech , Tree at Rivodutri, where thè age-old tree that sheltered thè saint during a storm is stili s-tanding, at thè end of a lonely path. At Greccio, em-bedded in thè rock, stands thè Hermitage where Francis organised thè very first Crib on thè Christmas Ève of 1223. A magical piace where architecture and nature come together, where St Francis began to remind thè world of God's humility in his dealings with mankind, thè extent of poverty in his love for them, thè apparent fragility with which he saved them. A very simple, pro-found thought: Greccio's new Bethlehem is not a play, an arti-fice, a mise-en-scène - it is life, pure love of God. In thè more hidden part of Mount Raniero, in thè same val-ley, stands thè sanctuary of Fontecolombo, a holy piace and thè site of thè cave where Francis wrote thè Rule for his friends and disciples, thus establishing his Order. The Tourist Board of Rieti suggests other stops along thè Franciscan Way, an opportunity to get to know and admire nature, history and humanity at their height. Ali things in a pure presence. |
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